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PRO LOCO MONTEFUSCO
VIA PIRRO DE LUCA
83030 MONTEFUSCO (AV)

Cell.: 347 21 42 045
Cell.: 320 29 36 404

Email:
prolocomontefusco@libero.it

Pro Loco Montefusco -> Carcere Borbonico 

                                                              Castromediano     Niccolà Nisco                                                                                                                                                 Montefusco è conosciuta soprattutto per il suo carcere. Questa triste notorietà è dovuta principalmente al nome di alcuni detenuti che vi furono rinchiusi da Ferdinando II di Borbone nel 1852, e alle terrificanti descrizioni che ne fecero, nelle loro memorie, due di essi, il Castromediano ed il Nisco. Chi trase a Montefusco e pò se n´esce, po´ dì che nata vota ´nterra nasce!" La fantasia popolare trovò un´efficace espressione in questo detto per sottolineare quanto cruda, inclemente e spietata fosse la realtà per i prigionieri. Il Castromediano, il Nisco, il Pironti, raccontano nelle loro memorie quel triste sotterraneo che li ingoiò per così tanto tempo. I due corridoi erano bui ed umidi. Il suolo era formato da ciottoli sconnessi e rividi tali che il camminarvi sopra ricordava la tortura dei ceci sotto i piedi. Le pareti erano grondanti d´acqua e piene di sudiciume. Topi, ragni ed insetti schifosi sguazzavano in quell´atmosfera cupa che destava nei prigionieri una sola sensazione: un presagio di morte.                                                                                
                                                                                                                                                                                                    IERI                                                          

Il "cibo" che di solito i galeotti mangiavano era pasta sciolta che presto sarebbe divenuta poltiglia, cotta con un grasso fetido e tagliuzzato, raccolta in rustiche scodelle di terracotta slabbrate. Ai prigionieri che lo desideravano, e che potevano permetterselo, era possibile farsi comprare in paese dei generi commestibili come uova, frutta, pane. Molti, pur potendolo, rinunciarono a questa facoltà per due inconvenienti che si verificavano: i carcerieri si facevano pagare il cibo il doppio del costo normale; inoltre, alcuni di tali generi, prima di essere recapitati ai detenuti erano minuziosamente scandagliati, nel sospetto che contenessero spacci clandestini, e quindi tagliuzzati da mani consunte e unghia sporche di persone che non erano di certo avvezze alla pulizia. Ma la pena che i detenuti soffrivano maggiormente era la solitudine. I soldati, i gendarmi, gli aguzzini, il comandante, non rivolgevano loro nessuna parola e se lo facevano erano soltanto bestemmie, rimbrotti e minacce. Chiunque all´esterno mostrava benevolenza e compassione per gli internati, o, anche inconsapevolmente, ne leniva in qualche modo i patimenti, diveniva sospetto e dal sospetto alla sanzione il passo era breve. I detenuti quindi erano sottoposti ad un severo regime di sorveglianza, poichè il bagno penale era un carcere speciale, dove venivano reclusi i "rei di stato". Essi, infatti, portavano delle catene, inizialmente in coppia, poi singolarmente. Tra le punizioni impartite ai prigionieri molto temute erano le cosiddette "legnate". Questa pena consisteva nel picchiare il malcapitato sulle natiche con una corda contorta, detta "mattascione", ammollata nell´acqua. Un´altra punizione era il puntone, che consisteva in un grosso anello di ferro infisso nel suolo, al quale il prigioniero veniva immobilizzato con una catena per giorni e giorni. Molti non riuscivano a resistere agli inverni freddi e desolati. I prigionieri trascorrevano la notte vestiti, avvolti nei mantelli, abbracciati gli uni agli altri, per creare intorno a loro un´atmosfera più tiepida, per non perire intirizziti dal gelo. La salute restò irrimediabilmente minata e compromessa anche perchè le estati afose erano sinonimo di epidemie debilitanti e spesso fatali. Non v´era dubbio: avevano infossato quegli uomini con lo scopo di farli morire. Il calvario di quelle anime nobili finì il 13 gennaio 1859 quando per Decreto Reale venne loro commutata la pena dell'ergastolo in quella dell'esilio perpetuo.                                                                                                                                          OGGI DOPO LA RESTAURAZIONE                                                        

      

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